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di Alessandro Dal Lago
su il manifesto del 01/04/2010
A destra vince Bossi, che ha in mano il nord e stabilito ormai un protettorato su Berlusconi, il centro-sinistra arretra e la sinistra ex antagonista è invisibile. Questo ci dice banalmente il risultato delle regionali: che il quadro politico è più o meno quello di prima, con un forte ridimensionamento del Pdl (vedi la sonora bocciatura di Brunetta e Castelli) e l'incapacità del Pd di uscire dalla condizione di partito appenninico. Finiti i proclami, Berlusconi continuerà a restare sulla graticola (tra indagini, processi e lotte intestine al Pdl) e Bersani dovrà gestire un partito opaco, dall'identità politica debole, né di destra né di sinistra, un po' cattolico e un po' laico, all'opposizione ma con una gran voglia di collaborare con il governo. L'entità dell'astensionismo rende assai difficile valutare la reale rappresentanza sociale delle forze politiche. Ma è stata soprattutto la Lega a incassare i risultati della politica reazionaria del governo, sia sul piano simbolico (l'uso di stranieri, rom ecc. come parafulmine di qualsiasi malcontento e della paranoia diffusa), sia su quello pratico (una politica del lavoro che facilita e legittima la precarietà, l'abbassamento dei salari e il dispotismo nelle relazioni tra datori di lavoro e lavoratori). Quello che emerge con la vittoria della Lega nelle regioni più produttive e del centro-destra in quelle più popolose è un fondo reazionario, che in Italia c'è sempre stato ma oggi si bea di un'espressione politica diretta, senza mediazioni di sorta. E l'opposizione? L'impressione, visti i risultati di Grillo, la tenuta di Di Pietro e la vittoria di Vendola (e tenuto conto della presumibile presenza maggioritaria di elettori di sinistra tra gli astenuti), è che il Pd non sia proprio capace di intercettare la protesta contro la politica di destra. Che il suo sia un voto in leggera ma fatale flessione, legato com'è a un elettorato moderato, democratico ma tradizionalista, ostile al cambiamento, per ragioni pratiche e di principio, nelle regioni amministrate dal centro-sinistra (e un discorso analogo vale per ciò che resta della sinistra sociale). Gran parte della società non berlusconiana sta altrove, non rappresentata oppure identificata con quella che ritiene la vera opposizione al regime attuale. Se mettiamo insieme la sinistra non Pd, attuale e virtuale, che vota e no, otteniamo un bacino di tutto rispetto, all'incirca un 20%, che potrebbe essere decisivo in una futura elezione politica, se solo il Pd fosse un'altra cosa. E qui sta proprio il punto. La vittoria di Vendola in una regione un tempo considerata di destra, e contro i notabili Pd, ha mostrato che i giochi politici non sono mai chiusi - a patto che un leader rappresenti davvero le speranze dei cittadini e che la partecipazione non si riduca a un rito elettorale sempre più stanco e lontano della società. Se l'effetto dello stallo delle regionali sul Pd sarà solo il ritorno dei veltroniani, i rapporti di forza tra destra e sinistra non muteranno e il prevedibile declino di Berlusconi non intaccherà la supremazia della destra.
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