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di Eleonora Martini
su il manifesto del 02/04/2010
Il centrodestra allunga le mani sull'Agenzia del farmaco e cerca di screditarne il direttore Guido Rasi: «Appare sempre più evidente la sua inadeguatezza» attacca Gasparri. Nel mirino, oltre alla Ru486, il ricco giro d'affari legato alla commercializzazione dei farmaci
È un po' come a risiko, avrà pensato Maurizio Gasparri. Con undici bandierine azzurre piantate sulle altrettante regioni ormai sotto controllo del centrodestra - autonomia gestionale in materia di sanità, deontologia medica, e altre bazzecole del genere a parte - la pillola abortiva Ru486, che da ieri giace nei magazzini veneziani della Nordic Pharma, l'azienda incaricata dalla produttrice francese Exelgyn della distribuzione negli ospedali italiani, «non circolerà facilmente». Una promessa, quella di Gasparri, che è una ricompensa per le tante energie vaticane spese in campagna elettorale. Pronunciata a tempo dovuto: dopo, perché prima del voto sarebbe stata un suicidio. Ma soprattutto - avranno pensato a Palazzo Chigi, ancora inebriati dalle bottiglie di champagne stappate lunedì sera - forse stavolta si potrà tentare quello spoil system dei vertici dell'Aifa, l'Agenzia italiana del farmaco, che non riuscì quattro mesi fa al ministro del Welfare Maurizio Sacconi. Questa volta il colpo mira con più precisione al vertice: «Appare sempre più evidente la inadeguatezza del direttore dell'Aifa, Guido Rasi - ha sparato ieri quasi a freddo Gasparri -. Continua ad intervenire in maniera strana sulla Ru486 e sembra sempre più un piazzista di farmaci. Porrò al governo il problema della gestione dell'Aifa che a mio avviso non garantisce adeguati livelli di competenza, trasparenza, imparzialità. Con la salute e con la vita non si scherza». Ciò che ha indispettito il capogruppo del Pdl al senato - e gli ha fornito l'occasione per replicare l'affondo stoccato all'inizio di dicembre da Sacconi, che invocò contro i consiglieri di centrosinistra del Cda dell'Aifa «interventi legislativi del parlamento e della commissione europea» (ma allora le malelingue ipotizzarono un possibile conflitto d'interessi familiari del ministro del Welfare, sposato con Enrica Giorgetti, direttore generale di Farmindustria) - è una nota ufficiale emessa ieri mattina da Guido Rasi. Il direttore generale dell'Agenzia aveva replicato ad alcuni organi di stampa puntualizzando «di non aver rilasciato dichiarazioni in merito alle modalità di immissione in commercio» del Mifegyne, nome commerciale della Ru486, usato nel resto d'Europa dall'inizio degli anni '90, perché «per quanto riguarda le modalità di distribuzione sul territorio del farmaco nessun ruolo è svolto dall'Aifa poiché spetta ai Governatori delle Regioni decidere anche alla luce di quanto è stato recentemente espresso, con molta chiarezza, dal Ministero della Salute». Il delegato alla Sanità Ferruccio Fazio, infatti, appena qualche giorno fa aveva notificato alle regioni il parere espresso dal Consiglio superiore di sanità, secondo il quale «l'unica modalità di erogazione» della Ru486 per la donna che sceglie l'aborto chimico è il «ricovero ordinario in ospedale fino alla verifica dell'espulsione completa» del feto, per garantire «la tutela psicofisica della donna e il rispetto della legge 194». Un contesto così, dunque, non lascia dubbi sui motivi reali che hanno portato il senatore Gasparri a parlare di «fastidiosa insistenza» del direttore dell'Aifa, e a promettere di affrontare al più presto «questo problema perché allo stato ci sono troppe cose che non quadrano. Gli interessi sono forti e non tutti appaiono terzi nei loro ruoli: Rasi potrebbe essere la persona sbagliata al posto sbagliato». E Sacconi sarebbe d'accordo. Peccato però che per revocare dall'incarico il direttore generale dell'Aifa (il secondo, da quando è nata l'Agenzia: il primo, Nello Martini, si dimise travolto nel 2008 da un'inchiesta riguardante il ritardo nell'aggiornamento dei foglietti illustrativi di una ventina di farmaci) il ministro della Salute debba, secondo quanto previsto dal decreto 245/2004, comprovare «irregolarità nell'esercizio dell'attività svolta, per i risultati negativi della gestione o per il mancato raggiungimento degli obiettivi a lui affidati o per il mancato rispetto dei doveri informativi». Un gran can-can, quindi, che «serve solo a scoraggiare le donne e soprattutto i medici», racconta Silvio Viale, padre della sperimentazione italiana condotta al Sant'Anna di Torino. «Mi preoccupano le pressioni che i governatori potranno fare sui direttori generali delle Asl, di nomina politica - prosegue Viale - i quali faranno del tutto per ostacolare a non finire il ricorso all'aborto farmacologico. E l'obiezione di coscienza aumenterà a dismisura perché i medici che applicano la 194 sono stufi di essere penalizzati e di doversi caricare di altri problemi». E infatti, se nel 2005 il 58% dei ginecologi italiani era obiettore, nel 2007 si era già passati al 70,5%. E la punta massima si registra nella patria del baronato medico dei policlinici universitari: il Lazio (85,6%). Mentre il numero di aborti è in costante calo ma aumenta, fino a quadruplicarsi tra le immigrate. Quelle che senza mezzi e risorse saranno discriminate e penalizzate: per loro, come dice il senatore Pd Ignazio Marino, non c'è scelta: solo aborto chirurgico.
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