|
di Matteo Bartocci
su il manifesto del 02/04/2010
A casa niente libri, giornali e riviste
Se non fosse gravissimo si potrebbe anche sorridere di tanta malizia. Esattamente il giorno dopo le elezioni Tremonti e Scajola firmano un decreto ministeriale con cui da ieri, 1 aprile, vengono non semplicemente tagliati ma addirittura completamente aboliti sine die tutti i rimborsi postali per l'editoria in abbonamento: giornali, settimanali ma anche libri, corrispondenza e opuscoli di associazioni ed enti no profit. A casa resterà solo il telecomando. Che quello si sa chi lo gestisce. Non è un pesce d'aprile ma un decreto interministeriale appena pubblicato sulla gazzetta ufficiale. Due articoli di poche righe con cui le «tariffe agevolate per la spedizione di prodotti editoriali» valgono solo fino al 31 marzo. Un successivo atto amministrativo potrà determinare le agevolazioni ma solo se la presidenza del consiglio troverà in bilancio le risorse necessarie. In altre parole, se Paolo Bonaiuti, sottosegretario con delega all'editoria, racimola i fondi dovuti per legge, bene. Sennò il caso è chiuso. Anche se un semplice decreto di un ministro non può modificare norme stabilite dalla legge «milleproroghe» il 26 febbraio e la 46 del 2004. Il bello - o meglio il brutto - è che il taglio draconiano va esattamente nella direzione opposta al libero mercato che a parole piace tanto al centrodestra. La legge Scajola (la 99 del 23 luglio 2009) infatti aveva finalmente previsto che anche gli editori che ricevono contributi pubblici si possono avvalere delle tariffe «miglior cliente» (cioè quelle di mercato) al posto delle «tariffe ministeriali» molto più onerose (e quindi sulla carta più lucrative per Poste). Facciamo un esempio. Una spedizione fino a 100 grammi (come un quotidiano) secondo le tariffe ministeriali costa a un editore 28 cent. Lo stato gliene rimborserà il 60%, cioè 16 cent. Invece la «miglior tariffa» che le Poste sono in grado già oggi di applicare ai loro grandi clienti è sempre inferiore a 18 cent. Secondo la legge del 2009 già in vigore ma mai applicata lo stato rimborserebbe solo 6 cent, con un risparmio evidente. Anche perché sempre lo stato è il proprietario di Poste e attraverso palazzo Chigi è contemporaneamente anche il loro miglior cliente. La decisione di Tremonti dunque non ha una motivazione puramente economica. L'effetto è devastante soprattutto per la piccola e media editoria anche se in apparenza spaventa i grandi. Senza rimborsi postali spedire un libro a casa passerà da 1 euro a 7 euro. E i costi per le lettere di raccolta fondi di Amnesty, Grennpeace o Msf aumenteranno del 500%. E' inevitabile che i «piccoli» editori e ong potranno spuntare tariffe peggiori rispetto a «colossi» come Mondadori, Confindustria e Rizzoli con cui Poste ha tutto l'interesse a negoziare. Senza correttivi dunque si accelererà il processo di concentrazione proprietaria e culturale che tutti i governi berlusconiani del «conflitto di interessi» hanno portato avanti per anni ad ampio spettro e con metodo chirurgico e luciferino in tutti i «gangli» del mondo editoriale. L'ecosistema informativo è devastato, piegato da provvedimenti retroattivi tanto mirati quanto improvvisi. Il ministero dell'Economia va avanti come un terremoto con scosse continue. E il sottosegretario Bonaiuti subisce ogni volta senza battere ciglio ogni mossa del suo vero «dominus» governativo. Certo, forse ha ricevuto ben 10 milioni di euro per organizzare gli stati generali dell'editoria. Ma se va avanti così tra tre mesi rischia di parlare solo con l'editore Berlusconi, Confindustria e pochi altri. Anche se colti di sorpresa dalla scure che si abbatte ad anno in corso, protestano all'unisono tutti gli editori interessati: Fieg (giornali), quelli delle riviste specializzati (Anes), gli editori librai (Aie), la stampa periodica (Uspi), quella in cooperativa e no profit (Mediacoop), il Forum del terzo settore, l'Assografici, i consumatori dell'Adiconsum. Insorgono anche i sindacati: la Cgil con il segretario confederale Fammoni e Siddi della Fnsi che rappresenta i giornalisti. Politica ignara o assente con poche eccezioni: Beppe Giulietti di Articolo 21 (vedi intervento a pag. 10) e il Partito democratico. «Il decreto Tremonti-Scajola è un brutto pesce d'aprile per l'editoria italiana - dice l'ex ministro per le comunicazioni Paolo Gentiloni - è sbagliato nella sostanza e discutibile nella forma». «Il governo - spiega Gentiloni - non può togliere dalla sera alla mattina un'agevolazione su cui contano circa 8mila testate. Le conseguenze sarebbero inaccettabili innanzitutto per migliaia di giornali e di periodici locali, no-profit e diocesani». Oltre a decine di migliaia di associazioni. Dal governo per ora nessuna risposta. Il viceministro alle Comunicazioni Paolo Romani si sarebbe solo impegnato ad aprire «un tavolo di confronto» dopo un colloquio con il presidente della Fieg Carlo Malinconico. Un atteggiamento di Tremonti incomprensibile anche per la maggioranza. Alessio Butti, senatore del Pdl, non esclude d'intesa col capogruppo Maurizio Gasparri un intervento immediato del parlamento su «uno dei provvedimenti in discussione». E Paolo Bonaiuti? Tace.
|